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    Milan, Maldini tempismo perfetto: nemmeno stavolta sbaglia il tempo dell’intervento | Primapagina

    Non c’è nulla di intempestivo nell’intervista di Paolo Maldini a Repubblica, anzi ha scelto il momento giusto, che più giusto non poteva. Bravo. E bravo a scegliere Enrico Currò per confidarsi, un giornalista vero, un cronista di razza come ormai pochi, come pochi sono quelli che in questi anni hanno cercato di raccontare una verità del Milan che va oltre le chat e le veline e le gite di formazione a Milanello, e tra questi se permettete ci mettiamo immodestamente anche noi.

    Maldini a Repubblica non ha raccontato la sua verità, ha raccontato la verità e basta. Ha ricordato che nel giugno del 2022, dopo lo scudetto, il suo contratto fu rinnovato solo perché sarebbe stato impopolare cacciarlo in quel momento. Lì sbagliò lui, a non andarsene, e l’abbiamo detto e scritto tante volte. Solo che a Paolo quel ruolo piaceva e se la stava cavando bene, come in tutte le cose che ha fatto nella vita. È inciampato nell’ultimo mercato, l’ha tradito CDK, ed è stato il pretesto per farlo fuori con un anno di ritardo (e senza preavviso). Ma Leao, Maignan, Theo, lo stesso Tonali? Prima con Boban e poi da solo ha creato valore al Milan, riportandolo al vertice spendendo la metà, dimezzando i costi. Elliott ha imposto dei parametri economici, le scelte tecniche sono state sue (loro).

    Non serve commentare le parole su Scaroni, se usciva prima dallo stadio per evitare il traffico avrà avuto i suoi motivi, forse aveva un ricordo confuso di ciò che faceva Boniperti allo stadio Comunale di Torino o forse Scaroni più probabilmente non sa nemmeno chi fosse Boniperti. Del resto lui è uomo di affari e di politica e non di pallone. Come Furlani è uomo di conti. Cardinale invece è tutte queste cose insieme e adesso gestisce il Milan, comprato anche grazie ai soldi di chi gliel’ha venduto. Vedremo cosa succederà se e quando partirà il progetto stadio. Per ora siamo sempre solo alle parole.

    E dire che oggi, Maldini a questa dirigenza che è tutto fuorché calcio non poteva che servire. Un alibi perfetto, perché la squadra la faceva lui, inattaccabile per la sua storia e la fedeltà alla bandiera. Lui con i loro soldi. E invece l’hanno fatto fuori, perché evidentemente oltre al resto sono anche un po’ presuntuosi: hanno triplicato le spese, per fare una squadra che nelle mani di Pioli e dei suoi collaborartori è peggiorata. E adesso sono costretti all’affannoso inseguimento del totem Ibrahimovic, per un ruolo che non si sa quale sia, in tempi e modi che lasciano decidere a lui. Persino ridicolo, a essere generosi.

    La cosa più incredibile, nel senso che si fatica a credere che ci sia qualcuno che lo pensi, è l’accostamento del licenziamento di Maldini a quello nel 1986 di Gianni Rivera. Là partiva la storia del nuovo Milan, qui che cosa? Del resto, e con eleganza l’hanno ricordato Maldini che l’ha detto e Currò che l’ha scritto, in un’indimenticabile intervista, la prima e finora unica in Italia, Cardinale s’è definito Berlusconi 2.0 e qualcuno gli ha creduto, anzi probabilmente gli crede ancora.

    Non c’è nulla di intempestivo nell’intervista a Repubblica, perché è giusto che queste cose vengano dette ora, quando è più facile il riscontro, quando tutti possono capire quanto è stata maltrattata la storia, quanto il presente sia prova degli errori. Maldini è più milanista di tutta l’attuale dirigenza sommata insieme, compreso il Ceo che per festeggiare prende a pugni il plexiglass di Marassi, per sembrare almeno un po’ Galliani. Il filmato è in rete, per chi non l’ha mai visto. Che tristezza.
    @GianniVisnadi  
     

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